Chinema


Easy Rider
7 Giugno, 2008, 7:50
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Viaggiare in totale libertà, tanto per andare da qualche parte, ma sì, chissenefrega. Ho una moto, un amico affidabile (o quasi) e sono alla fine degli anni Sessanta. Per quale motivo dovrei fermarmi a New York o Seattle o San Francisco, sposarmi e vivere per altri cinquant’anni con un nugolo di figli e un’amante sull’altro lato della strada? Considerato come film simbolo della vita “on the road”, la visione cinematografica di tutta una generazione beat (Kerouac docet) basata su musica e birra, non male insomma. Billy e Wyatt sono l’esempio lampante che responsabilità, lavoro e banali routine quotidiane non vanno di pari passo con la parola “vivere”. Incontrare persone che non vedrai più, conoscere l’amore per abbandonarlo dopo un giorno, una notte. Un vortice avventuroso e brulicante di hippies che visto oggi, dopo una notevole indigestione di “sixties” su tutti i fronti, potrebbe risultare il classico film di due alcolizzati libertini che, beati loro, se la spassano sulle Harley Davidson. Sciocchezze. “Easy Rider” non cerca nè moralismi nè finali ma allucinanti e intermittenti esperienze di viaggio, spiritualità e solitudine da un lato, metafora sterminata della fuga dall’altro. Fuggire, pii, da cosa? Poco importa. Voglio conoscermi, perdermi, scappare da me stesso per poi riabbracciare il mio spirito e credere che il mio domani sarà un’alleluya. Buon viaggio.

di Clara Ramazzotti


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