Accade raramente ma accade. Un libro, bestseller fantasy di nuova generazione, che risulta più facile da capire e diffondere rispetto all’affascinante schermo colorato del cinema. “La bussola d’oro” è una storia brillante che gioca sull’uso di immaginazione, ingegno e parole fuori dall’ordinario, quasi metafisiche (a differenza del ben più domestico “Harry Potter”) che lasciano un senso di straniamento e curiosità nel lettore.
Lyra Belacqua, una ragazzina di 11 anni, cresciuta presso il Jordan College di Oxford, in Inghilterra, è la coraggiosa protagonista che abita un’Inghilterra che è in realtà un mondo parallelo al nostro universo e a tanti altri esistenti. Accanto a lei c’è un fedele amico, un daimon, Pan, che è la sua anima, inseparabile coscienza, provano le stesse emozioni, gli stessi dolori, se muore uno perisce anche l’altro inevitabilmente. Lyra incontrerà diversi personaggi sulla sua strada, un’avventura dovuta alla consapevolezza di essere una prescelta, una fanciulla in grado di leggere l’aletiometro ovvero la Bussola d’Oro, oggetto che dice la verità.
In questo film, prima di tutto, non si capisce dove si è, nessuno pensa di essere in un’altra Inghilterra, ma in un vero e proprio mondo a parte. Si citano i personaggi più carismatici accompagnandoli a nomi stellari di Hollywood (Nicole Kidman e Daniel Craig per fare due esempi) ma senza dare un vero corpo alla trama e alla profondità dell’intessuto narrativo. La sensazione è che si voglia riprodurre quello smarrimento tipico dei primi capitoli del libro ma non solo è riuscito poco (tale smarrimento non è altro che pura incompresione della metà delle cose che vengono dette), chi non ha mai avuto a che fare con Lyra e i daimon si chiede in che razza di fantasy movie sia incappato accidentalemnte tra l’offerta goliardica dei cinepanettoni e le belle favole tenerone della Disney.
Il paragone con gli altri è inevitabile: tutti sanno che Voldemort è sulle tracce del bimbo sopravvissuto, Frodo ha perso un dito nel suo malaugurato incontro con Smeagol e Narnia è fortunatamente salva. Perchè “La bussola d’oro” è così fragile? Tentenna non poco, avanza negli effetti visivi e torna sui suoi passi nel porsi al pubblico. Siamo di fronte a un thriller che thriller non è. La storia si nasconde, si cammuffa, ripropone elementi dell’acclamato gemello cartaceo ma non lascia il segno negli spettatori, neppure in quelli, temo, che come me avevano letto il libro tempo fa. Impeccabili gli attori, di una bellezza prorompente Eva Green ma…il meltin’ pot di orsi parlanti e aletiometri non colpisce al cuore e fa perdere il significato dell’irreale vicenda di Lyra Belacqua.
di Clara Ramazzotti
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