Archiviato in: chine 2006/2009 | Tag: anni sessanta, elio germano, riccardo scamarcio
Questo è una storia ad alta velocità, senza pause che inducono a riflettere sui personaggi – semmai avviene in seguito -, corre e sfila dal 1964 al 1973 mostrando pochi intimi momenti tra due fratelli: Manrico (Riccardo scamarcio) il bello, il provocatore delle folle di operai, il comunista e Accio (Elio Germano) il rachitico, l’incompreso, il fascista. Trama interessante, sì, ma la nostra attenzione di spettatori è catturata dagli sguardi intensi, dai silenzi significativi, dalla gestualità che costituiscono un rapporto parossistico: Manrico e Accio incaranano l’odio e la passione, l’amicizia e l’intolleranza reciproca, complicità e tradimento. Sorgerebbe spontaneo provare simpatia per il migliore, quello che scioperava e chiedeva diritti, ma a me bastò lanciare un’occhiata ad accio per capire che lui è il film. Colui che concretamente getta le basi di un racconto, si eleva e su di esso pone tutto il suo fragile idealismo. Non è fascista, non è neppure comunista, cos’è? Chi è? Lui scava, prepara trincee per difendersi dalla famiglia e dalla società, fugge scappa vola da tutto quel “rumore operaio”. Elio Germano è bravo, attento all’interpretazione buffa e autoironica che subito entra in noi. Sorridiamo. Accio è semplicemente amareggiato, furbo e generoso ma chiunque lo incontra è capace solo di chiedergli di Manrico, il perfetto fratello poi violento rivoluzionario nella metà tragica della storia italiana. Chi si ribella davvero è però il ragazzetto che intona “Giovinezza” e passa da un estremo all’altro per creare, almeno in parte, quel ruolo che non ha mai trovato.
Un eccellente Elio Germano che meritava ancora più visibilità e quache difettuccio nella regia che poteva approfondire l’intimità dei personaggi e non abbandonarli sullo schermo così come ha fatto.
di Clara ramazzotti
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