Chinema


The Dreamers
7 Aprile, 2004, 7:53
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La macchina da presa s’incanta su lei, Isabelle, e sul fratello gemello Théo. Edith Piaf malinconica ci saluta sul fermo immagine dei boulevard parigini. Matthew non esiste più, lontano, americano. E’ questa la fine ma l’apoteosi di “The dreamers”, pellicola di Bertolucci tratta dall’omonimo libro di Gilbert Adair. Matthew, Isabelle, Théo. Nomi qualsiasi, protagonisti indiscreti dell’attraente Parigi sessantottina. Amano il cinema, discutono di politica Chaplin e Clapton, alternano vino francese a dischi graffianti di Janis Joplin mentrre scorre sotto il balcone la folla, il cambiamento, nuova arte e vita. Accettano di essere ribelli nel nulla del loro universo fatto di regole scritte sul muro. I due fratelli che spingono a superare i limiti della complicità, dell’amore, dell’affetto. Personaggi ingenui e idealisti, non a caso sognatori. Matthew invece fugge dalla lotta di classe, dalla guerra in Vietnam, cerca in Francia ciò che Johnson non può offrirgli: liberté, égalité, fraternité. E sesso, ovviamente. Cementificare gli anni Sessanta nelle parole droga alcol e Jimi Hendrix è banalmente noioso. Fu un tempo di tale passione e bellezza, slancio politico e spirituale, ricerca di un mondo meno sbagliato che, aprendo gli occhi oggi, la monotonia è nel nostro secolo, siamo noi quelli disillusi e senza prospettive. “The dreamers” è capace di mostrare sessualità, gioco e cinema (vengono mostrate le immagini di Venere Bionda, Luci della città, Il cameraman di Keaton), talvolta pretenziosamente, ma sempre con uno sguardo colmo di desiderio e scoperta. Matt, Théo e Isà non escono di casa, non sono esattamente l’immagine dei giovani sessantottini impegnati nella ricostruzione della società. Per apatia forse. Oppure c’è di fondo un disinteresse comodo di tre viziati boccheggianti nei fumi della Cinémathèque che s’ingozzano di rock’n'roll anzichè di politica. Ma io voglio comunque ascoltare con loro la voce al TG di de Gaulle e ripensarci, a quegli anni, in cui non c’ero. <<C’est une Révolte?>> <<Non, Sire, c’est une Révolution>>.

di Clara Ramazzotti


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