Chinema


Cine a lume di candela…
24 Gennaio, 2009, 3:36
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San Valentino, festa piuttosto idiota, è vero, ma comunque non del tutto deprecabile. Se avete il tempo per fare una piacevole e romantica passeggiata, in fondo, il 14 febbraio diventa anche qualcosa di simpatico. Un pò meno se siete dei prototipi di Bridget Jones, ma non si può vedere solo il lato tragico della festa degli innamorati! Che siate felicemente accoppiati o tristemente solitari (o, perchè no, tristemente accoppiati e felicemente solitari…) vi consiglio una cena a base di romanticherie cinematografiche. Titoli classici  o quasi però indimenticabili che potrebbero rianimare la serata di Cupido. O almeno non rovinarla del tutto. Buona visione.

Antipasto: danze leggere condite da una delle favole più belle della nostra infanzia, il sogno di trasformare la rudezza in amore… “La Bella e la Bestia”

Primo: qualche spensierata risata per sciogliere il ghiaccio, ironia ben dosata e onestà… “Io & Annie”

Secondo (con contorno): una storia brillante e non usuale, un “piatto” classico ma che dona un sapore nuov alla vstr serata condendo il buon sentimento alla paralisi del ricordo e alla tragedia dell’animo… “Colazione da Tiffany” & “Memento”

Dessert: un tocco zuccherino per non dimenticare che si festeggia l’amore ma come tutte le storie che si rispettino c’è un pò d’amaro in bocca… “L’amore giovane”

Spruzzare il tutto con un vino corposo e ben aromatizzato, consiglierei “L’uomo che ama”

di Clara Ramazzotti



Twilight
25 Novembre, 2008, 10:43
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Castelli grigi e angusti, specchi riflettenti, scricchiolii.

E’ consigliabile dimenticarsi delle classiche maison vampiresche stile Buffy o Bram Stoker, Twilight si occupa d’altro.

Giovani rampanti di buona famiglia, affascinanti, pallore cadaverico, denti leggermente aguzzi, eccoli i vampiri della new generation. Non sono morbosamente incollati al sangue, ma cercano una via di fuga dalla mostruosità che li caratterizza, hanno centinaia di anni e sono avvolti da nubi di grigio mistero.

Una storia interessante, anche se non troppo nuova neppure nella scelta dei nomi (Bella, la protagonista, ha un che di vagamente Beauty and The Beast), ma nel suo complesso raccontata senza scalpori o puntando su baci – sesso – bevute a mezzanotte. E’ un racconto rischioso, dal punto di vista del botteghino, poiché cerca il consenso dei fans più che il sì degli spettatori nuovi a questa vicenda. Non ci sono momenti d’intimità eclatanti e nessuno viene brutalmente assassinato davanti ai nostri occhi, una storia d’amore “pulita”, il cui cavallo di battaglia sono le musiche (quasi metafisiche) che scivolano sui due personaggi principali, Edward, il vampiro buono, e Bella, la ragazza solitaria e gli sguardi che i due innamorati si lanciano, altri tempi davvero. Hanno tutto in comune: la pelle bianchiccia, la passione per gli angolini in cui farsi gli affaracci propri, il coraggio di rischiare, lanciarsi in un’avventura piuttosto complessa: amare la preda, il pranzo…

Fa piacere, oggi, notare come anche un film che punta sugli adolescenti, maggiormente, possa rivelarsi attento a non cadere sul banalissimo “moccia-style”, ma lancia, invece, con affetto occhiate al fantasy pur lasciando quell’aria da romanticismo diciasettenne. C’è in generale una buona dose di castità, pur strizzando l’occhio ai telefilm che hanno accompagnato (alcune) generazioni: Dawson’s Creek, The OC…

Nulla a che vedere col romanzo (anzi, con la serie di libri), questa mia recensione, guardo puramente la pellicola e, seppur all’acqua di rose nel suo finale – ballo di fine anno con lucette, vestitini, patio guardacaso sgombro da coppiette indesiderate,  risulta nel complesso un film girato ecletticamente ma senza troppe cadute di stile, che non si lascia abbordare dai pateticismi anzi, forse imbarazza la sua delicatezza nel mostrarci i due giovani innamorati impossibili e tenta, goffamente, di lanciarci un messaggio filosofico: il bene e il male a priori non esistono nella natura umana, sono le scelte che facciamo a decifrare il nostro io.

 

di Clara Ramazzotti



Miracolo a Sant’Anna
7 Ottobre, 2008, 10:11
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Forse Gabriele Muccino sarebbe stato più in grado di dirigerlo, essendosi convertito all’America, con quel tocco di Europa che non avrebbe guastato. Un film che sembra statunitense ma è molto italiano, al di là della storia. Ritmi e battute che si lasciano andare senza dare modo allo spettatore di cogliere granchè della trama o di partecipare emotivamente. Un peccato, davvero, occasione mancata di produrre un buon film. Spike Lee, ahimè, non ce l’ha fatta. Il suo Miracolo a Sant’Anna ha colpi di scena che ricordano (con irritante ovvietà) Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan ma poi non fa il passo in più, non prosegue a stimolare gli eventi. Troppe inutili pause e digressioni sul “chi siamo cosa vogliamo diventare mia madre ha detto che sono un bravo negro” e poi si resta a bocca asciutta quando vogliamo saperne di più su questi partigiani nascosti nel fogliame (Spike Lee aveva tra le mani un incredibile Pierfrancesco Favino e non l’ha assolutamente sfruttato), sulla differenza razziale che non esiste in Italia (argomentazione che, se l’avesse ben articolata, sarebbe stata uno spunto invitante), sul massacro protagonista della pellicola ma che è ridotto ad una scena lasciata un pò al caso, pare. Moltissime le occasioni del regista di costruire un film attento e doloroso ma nessuna di queste colte a dovere. E altrettanti errori che, seppur minimi, pesano sulla fluidità della storia, come, ad esempio, un bambino di otto anni negli anni Quaranta, sui monti toscani, che capisce i soldati afroamericani che strizzano l’inglese in uno slang verace. Piuttosto inverosimile. O ancora, italiani e alleati che parlano tranquillamente come se non esistessero notevoli differenze e, tra le cose, voragini d’ignoranza linguistica ma tedeschi che discutono in lingua originale e con sottotitoli per il pubblico. A questo punto il doppiaggio doveva essere più curato o sparire, sull’esempio riuscitissimo di Letters from Iwo Jima di Eastwood. Insomma, una notevole delusione per un’opera tanto attesa e che ha suscitato polemiche poco utili, visto che si presenta da subito come qualcosa di fin troppo americano, romanzatissimo e a tratti retorico. Qualcosa di banalmente somigliante a World Trade Center, tra i film peggiori che gli Stati Uniti potessero produrre. Spike Lee avrebbe anche potuto far apparire i tedeschi come santi, per quanto mi riguarda. Non suscita importanti riflessioni storiche nè mette in discussione il nostro passato. Per questo motivo, forse, un italiano trapiantato avrebbe costruito un film più solido, meno smozzicato e sentito.

di Clara Ramazzotti



Lontano dal Paradiso
15 Giugno, 2008, 3:21
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Gli Stati Uniti d’America, i grandi liberali puliti Stati Uniti d’America. Diciamo che non fu proprio così per neri e omosessuali e “Lontano dal Paradiso”, come altri film prima di questo (La forza del singolo, Pomodori verdi fritti alla fermata del treno…) ce lo mostra ambientando la vita di una donna, Cathy Withaker, negli anni Cinquanta. La florida America navigava nell’odio razziale nascosto da buone maniere e pettegolezzi, disprezzava coloro ai quali doveva la pulizia delle sue belle casette a schiera e non mancava di rimarcare le differenze tra un bianco e un negro. Ci sono state pellicole migliori di questa sulla difficile situazione degli ex-schiavi prima dei rivoluzionari sixties, ma “Lontano dal Paradiso” funziona piuttosto bene e i suoi difetti vengono tuttavia messi da parte quando la storia prende corpo. Oltre alla protagonista femminile interpretata da Julianne Moore, ci sono due uomini: Frank Withaker, marito di Cathy, e Raymond, suo giardiniere nero. Il primo deve nascondersi e vergognarsi d’essere omosessuale tentando di farsi curare da questa “malattia” ovviamente senza risultati (il matrimonio e la procreazione come dimostrazione indiscutibile di normalità vacilla di fronte a un ragazzetto biondo di cui s’innamora inaspettatamente) e il secondo lotta quotidianamente per essere se stesso. Una comunità chiusa e bigotta che dovrà fare i conti, fra non molto, con i profondi cambiamenti socio-politici del Sessantotto e tristemente somigliante ad una cartolina, finti fin nelle ossa. Una mentalità che chiuderà un amore in sboccio tra Cathy e Raymond, qualcosa che intimamente viene sperato da entrambi ma non detto. Non si tratta di un film strappalacrime nè particolarmente romantico anche se è evidente l’obiettivo del regista: mostrare l’amore al di là delle categorie sociali senza nascondere la grande tragedia personale di tanti “diversi” ma su questa intenzione crolla e non dona granchè allo spettatore se non il desiderio di scappare da quel circolo di buffoni in giacca e cravatta che nasconde sotto sorrisi patinati e colori sgarcianti amanti e pervesioni.

di Clara Ramazzotti



Easy Rider
7 Giugno, 2008, 7:50
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Viaggiare in totale libertà, tanto per andare da qualche parte, ma sì, chissenefrega. Ho una moto, un amico affidabile (o quasi) e sono alla fine degli anni Sessanta. Per quale motivo dovrei fermarmi a New York o Seattle o San Francisco, sposarmi e vivere per altri cinquant’anni con un nugolo di figli e un’amante sull’altro lato della strada? Considerato come film simbolo della vita “on the road”, la visione cinematografica di tutta una generazione beat (Kerouac docet) basata su musica e birra, non male insomma. Billy e Wyatt sono l’esempio lampante che responsabilità, lavoro e banali routine quotidiane non vanno di pari passo con la parola “vivere”. Incontrare persone che non vedrai più, conoscere l’amore per abbandonarlo dopo un giorno, una notte. Un vortice avventuroso e brulicante di hippies che visto oggi, dopo una notevole indigestione di “sixties” su tutti i fronti, potrebbe risultare il classico film di due alcolizzati libertini che, beati loro, se la spassano sulle Harley Davidson. Sciocchezze. “Easy Rider” non cerca nè moralismi nè finali ma allucinanti e intermittenti esperienze di viaggio, spiritualità e solitudine da un lato, metafora sterminata della fuga dall’altro. Fuggire, pii, da cosa? Poco importa. Voglio conoscermi, perdermi, scappare da me stesso per poi riabbracciare il mio spirito e credere che il mio domani sarà un’alleluya. Buon viaggio.

di Clara Ramazzotti