Chinema


Lontano dal Paradiso
15 Giugno, 2008, 3:21
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Gli Stati Uniti d’America, i grandi liberali puliti Stati Uniti d’America. Diciamo che non fu proprio così per neri e omosessuali e “Lontano dal Paradiso”, come altri film prima di questo (La forza del singolo, Pomodori verdi fritti alla fermata del treno…) ce lo mostra ambientando la vita di una donna, Cathy Withaker, negli anni Cinquanta. La florida America navigava nell’odio razziale nascosto da buone maniere e pettegolezzi, disprezzava coloro ai quali doveva la pulizia delle sue belle casette a schiera e non mancava di rimarcare le differenze tra un bianco e un negro. Ci sono state pellicole migliori di questa sulla difficile situazione degli ex-schiavi prima dei rivoluzionari sixties, ma “Lontano dal Paradiso” funziona piuttosto bene e i suoi difetti vengono tuttavia messi da parte quando la storia prende corpo. Oltre alla protagonista femminile interpretata da Julianne Moore, ci sono due uomini: Frank Withaker, marito di Cathy, e Raymond, suo giardiniere nero. Il primo deve nascondersi e vergognarsi d’essere omosessuale tentando di farsi curare da questa “malattia” ovviamente senza risultati (il matrimonio e la procreazione come dimostrazione indiscutibile di normalità vacilla di fronte a un ragazzetto biondo di cui s’innamora inaspettatamente) e il secondo lotta quotidianamente per essere se stesso. Una comunità chiusa e bigotta che dovrà fare i conti, fra non molto, con i profondi cambiamenti socio-politici del Sessantotto e tristemente somigliante ad una cartolina, finti fin nelle ossa. Una mentalità che chiuderà un amore in sboccio tra Cathy e Raymond, qualcosa che intimamente viene sperato da entrambi ma non detto. Non si tratta di un film strappalacrime nè particolarmente romantico anche se è evidente l’obiettivo del regista: mostrare l’amore al di là delle categorie sociali senza nascondere la grande tragedia personale di tanti “diversi” ma su questa intenzione crolla e non dona granchè allo spettatore se non il desiderio di scappare da quel circolo di buffoni in giacca e cravatta che nasconde sotto sorrisi patinati e colori sgarcianti amanti e pervesioni.

di Clara Ramazzotti



Easy Rider
7 Giugno, 2008, 7:50
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Viaggiare in totale libertà, tanto per andare da qualche parte, ma sì, chissenefrega. Ho una moto, un amico affidabile (o quasi) e sono alla fine degli anni Sessanta. Per quale motivo dovrei fermarmi a New York o Seattle o San Francisco, sposarmi e vivere per altri cinquant’anni con un nugolo di figli e un’amante sull’altro lato della strada? Considerato come film simbolo della vita “on the road”, la visione cinematografica di tutta una generazione beat (Kerouac docet) basata su musica e birra, non male insomma. Billy e Wyatt sono l’esempio lampante che responsabilità, lavoro e banali routine quotidiane non vanno di pari passo con la parola “vivere”. Incontrare persone che non vedrai più, conoscere l’amore per abbandonarlo dopo un giorno, una notte. Un vortice avventuroso e brulicante di hippies che visto oggi, dopo una notevole indigestione di “sixties” su tutti i fronti, potrebbe risultare il classico film di due alcolizzati libertini che, beati loro, se la spassano sulle Harley Davidson. Sciocchezze. “Easy Rider” non cerca nè moralismi nè finali ma allucinanti e intermittenti esperienze di viaggio, spiritualità e solitudine da un lato, metafora sterminata della fuga dall’altro. Fuggire, pii, da cosa? Poco importa. Voglio conoscermi, perdermi, scappare da me stesso per poi riabbracciare il mio spirito e credere che il mio domani sarà un’alleluya. Buon viaggio.

di Clara Ramazzotti



La ragazza del lago - in breve -
20 Maggio, 2008, 5:31
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Alle otto del mattino, Marta, una bimba con le treccine, esce dalla casa della zia e scompare inghiottita da un furgoncino rosso. La naturale ansia dei genitori viene sopita dal suo ritrovamento in compagnia di mario, “un matto buono” che le racconta la storia del serpente che uccide con gli occhi. Difatti una ragazza, sulle placide rive del lago, è morta ma la causa è più umana che leggendaria. Entra in scena il commissario Sanzio, un fantastico Toni Servillo che dà prova (come se servisse) d’essere un attore attento e silenzioso, capace di osservare il suo personaggio e di afferrarlo completamente, facendolo suo. Le indagini cominciano e la trama scivola come seta sullo spettatore, non attrae subito, con calma serafica penetra nelle vicende personali di chi abita il paese e attende, paziente, che essi parlino. Servillo guarda al di là delle cupe finestre della valle di montagna tinta d’azzurro e verde, un eccellente panorama che spiega un’altrettanto ottima pellicola d’esordio. Non c’è rabbia ma semplici e cupe atmosfere noir su un ritmo lento e piatto ma non per questo meno intrigante. Il fascino del cinema italiano pacato ma attento ai dettagli, affascinato dai suoi personaggi come lo è Molaioli dal suo attore principale. Impeccabili anche le presenze di Giffuni e della Golino.

di Clara Ramazzotti



Un lever de rideau
21 Aprile, 2008, 10:40
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Un lever de rideau (Francia, 2006, durata: 30′)

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A Parigi c’è Louis Garrel. Aspetta da quarantacinque minuti Rosette, perennemente in ritardo. Ora è finita. Se entro le 17.45 non sarà arrivata verrà messa la parola fin alla loro dolce storia d’amore. Rosette suona alla porta, inutili baci e carezze. In otto mesi, dacchè si conoscono, lei gli ha fatto perdere interminabili ore in attesa di una puntualità che non esiste. Incredibilmente poetico, questo corto rappresenta il limite della pazienza e l’infinitezza del sentimento, nelle sue stranezze, nei suoi giochi di prestigio senza senso quando arriva il mattino. Accompagnati dalla coscienza parlante di Mathieu Amarilc.

di Clara Ramazzotti



Scènes de Lit
21 Aprile, 2008, 9:51
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Scènes de Lit ( Francia, 1997, durata: 25′)

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O’ famo strano?
I corti di Ozon: modello di sessualità ambigua, cambi d’umore, giochi erotici. A cominciare dalle “scene di letto” costituite da sette cortometraggi in cui una prostituta che canta la Marsigliese mentre si occupa di un giovanotto inesperto apre le danze. E fin qui. Cinquanta, massimo sessanta secondi per lasciare interdetto chi guarda. Chicche simili vanno davvero cercate nelle polverose cinemateque. Non solo inni nazionali e fellatio, ma educazione sentimentale di due vergini (uno non è mai stato con le donne, l’altro mai con gli uomini), il conto alla rovescia che a 69 s’interrompe - guarda caso - e qualche bacio qui e là. Nel ‘97 poteva essere interessante, ma la generazione Sex and the City ha visto di più e la promiscuità sessuale è il cavallo di battaglia di qualsiasi reality sciò che si rispetti. Una risatina sommessa e sincera comunque si può fare. E poi, qualcosa di nuovo c’è.

di Clara Ramazzotti